Un albero fu colpito dalle una tempesta e cadde a terra.
Appena andò a schiantarsi sul terreno umido — non avendo mai sbattuto contro qualcosa, ma avendo solo ondeggiato dolcemente nella brezza — seppe istintivamente che non si sarebbe mai più rialzato. L’albero singhiozzò per il dolore, la tristezza, la rabbia, la frustrazione. Vide gli altri alberi ancora in piedi e pianse. Rimase lì steso a lungo, con i rami spezzati, inattivo, come se stesse meditando su cosa fare del suo corpo enorme. Poi, timidamente, gli spuntarono alcuni germogli. I germogli divennero ramoscelli, che divennero rami, tutti protesi verso il cielo nel tentativo di recuperare in qualche misura la natura aerea che aveva in precedenza. Fece quello che poteva e lasciò che il tempo facesse il resto. Ben presto scoprì un nuovo scopo. I bambini lo scelsero per giocare a «cavalluccio» o per far finta che fosse un castello. Divenne uno scenario fotografico preferito, un parco giochi, un rifugio. Gli escursionisti e gli scoiattoli lo usarono come ponte sul torrente. Così, l’albero trovò una nuova vita, una vita felice — anche se molto diversa da quella che aveva conosciuto prima — e capì che quello era il suo destino.
Da allora ha piovuto molto e l’albero caduto giace ancora a terra, offrendo verso l’alto i suoi rami. Il muschio ha coperto le ferite della caduta. Con il tempo è diventato un elemento bello e importante del paesaggio, tanto che i costruttori ne hanno tenuto conto quando hanno progettato il parco.
Di tanto in tanto l’albero ricorda e pensa, e ringrazia il giorno in cui il destino ha sfogato la sua furia su di lui. Anche se non sarà mai più come una volta, o come gli altri alberi, è soddisfatto, sapendo di aver trovato il suo posto e il suo ruolo e che il suo futuro è nelle mani del Creatore. Forse questa è anche la nostra storia? Anche se la nostra vita di solito non va come ci aspettavamo, il risultato può essere più ricco, profondo e significativo, se lasciamo che Dio usi le tempeste come meglio crede. Dio ottiene alcune delle vittorie più grandi dalle nostre apparenti sconfitte.
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Un gruppo di giovani surfiste è entrato in acqua poco lontano dalla riva, con un’istruttrice che dava loro consigli dell’ultimo minuto. C’era l’alta marea e il mare era un po’ agitato, ma le ragazze sono entrate coraggiosamente in acqua con le loro tavole. L’istruttrice non aveva una tavola, solo due galleggianti. È rimasta in acqua per aiutare le ragazze a mettersi nella posizione giusta per prendere le onde. Mentre osservavo, ho notato che alcune ragazze facevano molti tentativi, ma continuavano a cadere dalle tavole. Tuttavia persistevano. Altre sembravano accontentarsi di restare sedute sulle tavole e guardare le compagne. Finalmente una ragazza è riuscita a salire sulla tavola ed è arrivata sull’onda verso la piscina naturale dove mi trovavo io. Era già caduta molte volte, ma alla fine c’è riuscita. Ho applaudito calorosamente e lei ha fatto un grande sorriso. Ce l’aveva fatta. Aveva perseverato e aveva avuto successo. Per riuscire, bisogna provare e sbagliare. La chiave è cadere in avanti, non all’indietro. Cadere in avanti significa che, anche se facciamo fiasco, sappiamo che proprio per questo siamo più vicini al successo. Abbiamo imparato qualcosa d’importante che ci aiuterà nel prossimo tentativo. Tutti quelli che hanno raggiunto il successo, in qualche momento hanno fallito, prima di arrivarci, ma non hanno permesso a quel fiasco di abbatterli. La ragazza sulla tavola da surf si era resa ridicola nei suoi tentativi, ma sapeva che quegli insuccessi erano il prezzo del successo. Vedeva i suoi insuccessi dalla prospettiva giusta. Ogni volta che
cadeva, sapeva di avvicinarsi alla vittoria, di essere più prossima a imparare il trucco per restare in equilibrio, più prossima a padroneggiare la tavola e diventare un’abile surfista. Cadeva in avanti.
Purtroppo, le altre che rimanevano comodamente sulle loro tavole, non facevano progressi. Non si rendevano ridicole, non ingoiavano acqua quando cadevano nelle onde, ma non assaporavano mai il successo. Non provavano il brivido di cavalcare la tavola e le onde e arrivare velocemente fino a riva. E allora, prendi la tua tavola e riprovaci! L’acqua è fantastica, tornerai a casa soddisfatto e dormirai bene, anche se forse ti rimarrà qualche dolore come risultato delle ripetute cadute. Domani potresti salire sulla tavola, cavalcare le onde e arrivare a una vittoria molto più grande di quanto ti aspettassi. Ricorda, il nostro Istruttore ci ha detto che può fare infinitamente di più di quel che chiediamo o pensiamo. (Efesini 3:20) Ma dobbiamo salire su quella tavola, anche se continuiamo a sbagliare. Alla fine cadremo in avanti e ce la faremo. Cadere all’indietro: Incolpare gli altri. Ripetere gli stessi errori. Aspettarsi di non fallire mai. Aspettarsi di continuare a fallire. Accettare ciecamente le tradizioni. Lasciarsi limitare dagli errori del passato. Pensare: «Sono un fallito». Arrendersi. Cadere in avanti: Assumersi le proprie responsabilità. Imparare da ogni errore. Sapere che il fallimento fa parte del successo. Mantenere un atteggiamento positivo. Contestare le congetture obsolete. Prendersi nuovi rischi. […] Perseverare.
Adapted from My Wonder Studio.
Se ti sei mai sentito come se la tua vita fosse stata sradicata, potrai trarre incoraggiamento dalla quercia di Turner, un gigante di 16 metri piantato nel 1798, che cresce florido nei giardini botanici reali di Kew, appena a sud di Londra. Negli anni ‘80 era malato e sembrava destinato a morire. Poi, il 16 ottobre 1987, una tempesta fortissima colpì parte del Regno Unito, della Francia e le isole della Manica. Fu forse la peggior tempesta dal 1703 e nel giro di un’ora abbatté oltre quindici milioni di alberi nel sud dell’Inghilterra. Tra le sue vittime ci fu la quercia di Turner. Il vento sollevò l’intero albero, strappandolo completamente dal terreno insieme alle radici e al suolo superficiale, lo scosse violentemente, poi lo rimise al suo posto, come una mano gigante che alza un calice di vino per il suo stelo e poi lo rimette sul tavolo. Al direttore dell’arboreto, Tony Kirkham, sembrava di aver perso un membro della sua famiglia: «Ero distrutto! Gli alberi che avevo curato, che avevo fatto crescere fino a conoscerli uno per uno, erano stesi sul terreno». Tony e gli altri arboristi spinsero l’enorme quercia di nuovo nel terreno e la puntellarono, senza troppe speranze.
Tre anni dopo, con loro grande sorpresa, l’albero era il ritratto della salute. Fu allora che si resero conto che nel corso degli anni il terreno intorno alla radici era diventato compatto a causa di tutte le persone che ci avevano camminato sopra e l’albero non riceveva abbastanza aria e acqua. La tempesta aveva scosso l’albero liberandolo e aveva dato al terreno la porosità che aveva permesso alla quercia di riprendersi.
Nei trent’anni successivi a quella tempesta la quercia di Turner è cresciuta di un terzo e ha ispirato nuovi metodi di gestire le piante in tutto il mondo, compreso l’uso di attrezzature progettate per rompere il suolo e permettere a ossigeno, azoto e sostanze nutritive di raggiungere l’apparato radicale sotterraneo. Quando siamo colpiti da un uragano, potremmo non capire cosa ne potrà venir fuori di buono, ma passata la tempesta ritorna la vita. Spesso, quando ci siamo in mezzo, non sappiamo i perché e i percome dei nostri problemi e ci perdiamo nei dettagli. Ma è la fiducia nei buoni propositi di Dio nella nostra vita che ci dona riposo e serenità.
Adapted from Just1thing.com
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